Urla Oltre le Sbarre
Giovedì 23 aprile alle 20:00, Altotasso ospita una serata di confronto aperto sul disagio mentale nelle carceri italiane. Cinque voci — un medico penitenziario, una psichiatra, un magistrato di sorveglianza, un sociologo e un avvocato — per parlare di ciò che non si vede, ma esiste.
| Quando | Giovedì 23 aprile — ore 20:00 |
| Dove | Altotasso — Piazza San Francesco 6/d, Bologna |
| Ingresso | Libero |
| Organizzato da | Civico32 e Altotasso |
Il carcere è uno dei luoghi più opachi della democrazia italiana. Ci entra chi commette un reato, e dentro ci resta — spesso per anni — in condizioni che il dibattito pubblico tende a ignorare o a semplificare. Una di queste condizioni è il disagio mentale: una presenza massiccia nelle celle italiane, difficile da trattare, difficile da raccontare, quasi impossibile da vedere dall'esterno.
Urla Oltre le Sbarre è una serata di confronto pubblico organizzata da Civico32 e Altotasso per aprire quella porta. Non per dare risposte facili, ma per mettere attorno a un tavolo chi quella realtà la conosce dall'interno: chi lavora nelle carceri, chi le studia, chi le giudica, chi le difende.
“Rimani sintonizzato per capire in che democrazia viviamo.”
I relatori
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Ruggero Giuliani
Medico penitenziario
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Chi cura i detenuti conosce il carcere da una prospettiva che nessun altro ha: il corpo come specchio delle condizioni di detenzione. |
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Federica Maria Magarini
Psichiatra
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La salute mentale in carcere è una delle emergenze più sottovalutate del sistema penitenziario italiano. Una psichiatra per raccontarla. |
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Ezio Romano
Magistrato di sorveglianza
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Il magistrato di sorveglianza è la figura che, per legge, controlla le condizioni di detenzione. Un punto di vista istituzionale e concreto. |
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Alvise Sbraccia
Docente di Sociologia del Carcere — Unibo
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La prospettiva sociologica: come il carcere funziona come istituzione sociale, cosa produce, chi colpisce e perché. |
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Elia De Caro
Avvocato e membro di Antigone
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Antigone è l'associazione italiana che monitora le condizioni di detenzione e denuncia le violazioni dei diritti. Una voce di garanzia e di lotta. |
Una questione di classe
C'è una domanda scomoda che qualsiasi discorso onesto sul carcere deve affrontare: chi finisce in prigione? I dati italiani — come quelli di quasi tutti i paesi occidentali — raccontano una storia molto precisa. In carcere finiscono prevalentemente persone povere, con bassa scolarizzazione, con storie di marginalità sociale, spesso straniere. Non perché siano le uniche a commettere reati, ma perché sono le uniche che il sistema penale intercetta, processa e condanna con maggiore frequenza e severità.
Chi ha risorse economiche ha accesso a una difesa legale di qualità, può permettersi misure alternative alla detenzione, ha reti sociali che lo proteggono. Chi non le ha subisce il peso pieno di un sistema che, pur dichiarandosi uguale per tutti, produce esiti profondamente diseguali. Il carcere, in questo senso, non è soltanto un luogo di pena: è anche un meccanismo di gestione del disagio sociale, un modo per rendere invisibili le persone che la società non sa o non vuole integrare.
Il carcere non è uno specchio neutro della criminalità: è uno specchio della disuguaglianza. Dentro ci finisce chi è già ai margini — chi non ha voce, non ha soldi, non ha connessioni. Il reato è spesso il sintomo di un problema molto più profondo che la pena detentiva non risolve, anzi aggrava.
In questo contesto, il disagio mentale non è un dato separato: è intrecciato con la povertà, con la mancanza di cure, con l'esclusione sociale. Molte persone con disturbi psichici gravi non ricevono trattamento prima di entrare in carcere — perché non hanno accesso ai servizi, perché vivono in strada, perché nessuno si è occupato di loro. La cella diventa allora l'ultimo approdo di un percorso di abbandono istituzionale che è cominciato molto prima dell'arresto.
Parlare di carcere significa quindi parlare di welfare, di salute mentale, di istruzione, di lavoro, di disuguaglianza. Significa chiedersi non solo come si tratta chi è già dentro, ma perché certe persone ci arrivano e certe altre no. È una domanda politica, prima ancora che giuridica.
Perché parlarne
I dati sul disagio mentale nelle carceri italiane sono difficili da leggere, e non solo perché sono pochi: è difficile raccoglierli, difficile interpretarli, difficile confrontarli con quelli di altri paesi. Quel che è chiaro è che la popolazione detenuta presenta tassi di disturbi psichici significativamente più alti rispetto alla media della popolazione libera, e che il sistema penitenziario è spesso impreparato — per strutture, personale e risorse — a gestirli adeguatamente.
L'abolizione degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG) nel 2015, con la nascita delle REMS (Residenze per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza), ha segnato un passo avanti importante ma incompleto: le strutture sono insufficienti, le liste d'attesa lunghissime, e molte persone con gravi disturbi mentali finiscono comunque in carcere ordinario, senza i supporti necessari.
Parlare di tutto questo in uno spazio aperto, accessibile, non accademico, è un atto civile. Urla Oltre le Sbarre nasce da questa convinzione: che certi temi non debbano restare confinati ai corridoi dei tribunali o alle aule universitarie, ma debbano entrare nella conversazione pubblica, con tutti gli strumenti della complessità.
Ti aspettiamo
Giovedì 23 aprile — ore 20:00
Altotasso — Piazza San Francesco 6/d, Bologna — Ingresso libero
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